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Quattro chiacchiere

STAFORTE TRA CULTURA E COLTURA DEL VINO

Nell'ambito dei musei Vaticani c'è la Galleria delle Carte Geografiche risalenti al 1500/1600. Oltre a un intrinseco valore come affreschi vi sono da notare diverse mappe tra cui un’Italia senza particolari divisioni politiche che indicava già diversi secoli fa un'identità nazionale, se non altro geografica.  Proseguendo si va nello specifico ed eccoci davanti al Veneto con quattro carte piuttosto particolareggiate.  Ovviamente si può facilmente isolare Verona e la sua vasta provincia , proprio al centro.  Una particolare zona dell’est veronese su cui soffermarci è la Val d’Alpone, proprio sul confine con Vicenza. Il filo conduttore però non è l'Alpone bensì Vestena: nè "Vecia" nè "Nova", una sola, che conferisce anche il nome come Val di Vestena invece che Val d'Alpone. Scendendo si trova Giovanni della Rogna meno elegante certo dell’attuale San Giovanni Ilarione. L’etimologia nasce dal termine latino Aronna: una specie di gramigna, un'erba non facile da estirpare e diffusa sul territorio, chiamata in lingua volgare Rogna. Niente a che vedere con il significato apparente di molto ilare, allegro, che potrebbe dare adito ilarione. Accanto a Suaue, indubbiamente Soave, spunta Staforte con bene in evidenza una fortificazione con due torri e una cupola rotonda. Questo infatti era il nome medievale di Monteforte che in effetti di monte ha ben poco se non il colle di Sant'antonio che domina la cittadina. Staforte sarebbe un nome unico per la cittadina nel panorama mondiale, mentre di Monteforte ce ne sono diversi. Se digitate Staforte su un motore di ricerca in Internet, non immaginereste certo chi sia l'unica fonte che attesta l'identità originale di Monteforte: il sito ufficiale del Comune? Un'associazione culturale locale? Un professore che ha ricercato le origini del nome del paese? macchè...

Il nome originale si perpetra in uno dei principali marchi della produzione vitivinicola locale. Infatti l'ultimo nato dell'azienda Prà (Graziano) si chiama proprio Staforte, per un Soave a produzione limitata, 6.600 Bottiglie all’anno. Uva autoctona Garganega al 100% in purezza, ad immortalare il nome originale del paese.Ringraziamo la cultura dei viticoltori della zona che cercando nomi originali per i prodotti di altissima qualità che confezionano, dimostrano particolare attenzione e amore per il loro territorio.

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Pellet dagli scarti della potatura de vite

La tesi di laurea all'Università di Padova, di un giovane ingegnere veronese, Alberto Saorin, dimostra come gli scarti della potatura invernale della vite possono diventare fonte di energia rinnovabile. Un recente articolo dettagliato di Michela Moneta su Verona Fedele di Domenica 15 Dicembre, infatti illustra bene come si può ricavare un combustibile come il pellet per alimentare centrali elettriche di piccole dimensioni, ottenendo calore e/o elettricità.                                                                                                                                                                      Lo spunto è stato tratto da uno studio europeo sull'utilizzo a fini energetici degli scarti di produzioni agricole presso Cantina di Monteforte, sui terreni coltivati a uva autoctona Garganega. I sarmenti di vite, le rimanenze degli abituali sfalci, solitamente vengono triturati in campo e lasciati sul terreno come concime. Per essere trasformati in pellet devono essere raccolti e sottoposti ad essicazione e quindi pressati per ottenere la forma cilindrica omogenea. La sperimentazione così condotta ha permesso di ottenere pellet di una qualità in linea con la stessa tipologia di combustibile ad uso industriale. Naturalmente è necessaria una speciale caldaia che sia capace di utilizzare qualsiasi tipo di combustibile solido mantenendo l’efficienza di combustione. Il sistema deve consentire una regolazione della combustione assicurando un efficiente funzionamento della caldaia e mantenendo un basso consumo del combustibile reperito localmente. Infine le ceneri possono essere impiegate come ammendante dei fertilizzanti tradizionali.   “La produzione di legno della vite è strettamente legata all'andamento stagionale ed è favorita dalle stesse condizioni meteo che favoriscono la produzione dell'uva”, spiega l'agronomo della Cantina di Monteforte, Andrea Burato. “I nostri terreni sono per natura ricchi di elementi nutritivi ed un sistema di recupero sotto forma di pellet, che potrebbe arrivare a trasformare in media 2,7 tonnellate di sostanza fresca per ettaro, sarebbe decisamente conveniente per l'azienda agricola”. “A pieno regime – sottolinea il direttore di Cantina di Monteforte Gaetano Tobin – potremmo recuperare i sarmenti di circa 1.300 ettari ognuno dei quali potrebbe produrre mediamente 7,5 quintali di pellet: in termini energetici si genererebbero quasi 10.000 Megawatt. Sono numeri significativi che stiamo seriamente considerando, soprattutto perché ci piace l'idea dell'azienda che produce e non spreca”.

Una realtà vitivinicola come quella della Cantina di Monteforte d’Alpone potrebbe fornire un ottimo esempio di riutilizzo delle materie seconde in un ciclo completo e virtuoso. Lo smaltimento degli scarti di potatura di qualunque tipo di pianta potrebbe infatti divenire un businnes, essendo il materiale garantito a monte da una raccolta mirata. Oltretutto essendo decentrato in zona limiterebbe emissioni nocive dovuto a trasporti dalla fonte e per l’utilizzatore finale, proprio grazie alla riduzione di questa filiera. La fame di energia della nostra società, in un prossimo futuro, dovrà essere sopperita solo da fonti rinnovabili per l’esaurimento dei combustibili fossili. Progetti locali diversificati, come questo dei sarmenti di vite, devono quindi essere sviluppati e incentivati per uno sviluppo sostenibile.

Claudio Pasetto